Il 2020. Ahhh, il 2020. Che anno. Il protagonista indiscusso. Un anno che si è preso tutta la scena. Uno di quelli che quasi ti impone di fare riflessioni straordinarie, proprio per la sua straordinarietà.

Ho davvero riflessioni straordinarie da fare? Forse no. Forse più riflessioni ordinarie, ricorrenti, in un momento straordinario della vita relativamente breve che ho trascorso su questo pianeta.

Qualche giorno fa ho fatto due chiacchiere con mia nonna, che mi ha detto: «Tu sei giovane, ma io non ho paura di questo [coronavirus]. Ne ho viste di peggio nella mia vita.»

Com’è tutto relativo.

Le foto

Gli ultimi giorni di dicembre, in genere, mi riguardo tutte le foto dell’anno. Lo faccio per due motivi. Il primo è che lo trovo un ottimo modo di rilassarsi. Il secondo è che mi aiuta a ricalibrare in meglio l’anno. Mi spiego.

Il nostro stato d’animo è frutto della percezione del mondo che viviamo. La realtà (che non esiste in modo assoluto) nasce da ciò che vediamo, da ciò che pensiamo, da ciò che ricordiamo. Ognuno di noi vive la propria realtà, non la realtà.

Mi piace scattare foto di tanto in tanto, in modo del tutto amatoriale, perlopiù per il piacere di esprimermi creativamente. Solo che le foto che scatto diventano poi anche dei segnalibri della vita, la maggior parte dei quali di passaggi positivi.

Ecco che rivedere le foto che ho scattato mi aiuta a rinfrescare i ricordi di molte delle cose buone che ho vissuto durante l’anno. La nostra mente, purtroppo (o per fortuna), tende a dimenticare. Tra le cose negative che il cervello ricorda (e quelle sembra ricordarle bene tutte), le foto mi aiutano a dire tra me e me: «Ok, alcune cose non sono andate come speravo, altre mi hanno fatto star male, altre ancora mi hanno fatto ammuffire, però…».

Ci sono sempre dei però, anche piccoli: bisogna soltanto volerli vedere.

L’ascolto

È stato l’anno dello smart working, dei locali chiusi, degli ospedali affollati. Si è parlato molto di lavoro quest’anno. Di come sarà ridefinito il modo di lavorare, di come verrà impattata l’economia, di tante cose.

Uno dei momenti salienti del mio personale capitolo “Lavoro” è che a metà anno mi sono licenziato.

«Ma che sei pazzo?! Proprio quest’anno?» – potresti giustamente pensare.

È vero che avevo un contratto, ma questo lavoro mi offriva anche una buona dose di insoddisfazione personale, che in passato era virata anche in vero e proprio malessere fisico.

Con questo non critico la mia vecchia azienda, né tantomeno etichetto il mio vecchio lavoro come “sbagliato”. Non credo alle “cose sbagliate”. Credo piuttosto alle cose in linea con ciò che siamo e, di riflesso, alle cose che risuonano poco con la nostra vera natura. Vale lo stesso con le relazioni personali, ça va sans dire.

Sta a noi capire che cosa fa per noi e che cosa no. Non si tratta di elaborati processi di valutazione, ma di ascolto. Lo senti quando qualcosa, o qualcuno, fa per te, giusto? Il tuo corpo e la tua testa te lo dicono in tanti modi.

Negli anni, piano piano, mi sono sforzato di allenarmi ad ascoltare le sensazioni. Ma, soprattutto, a dar loro credito. Possiamo ingannare la ragione, costruendo argomentate giustificazioni alle nostre scelte, ma non possiamo ingannare le sensazioni. Alla peggio, le ignoriamo.

Le porte

Se è vero che mi sono licenziato, è altrettanto vero che non è stata una decisione improvvisata. Ci ho riflettuto settimane, mentre tentavo in vari modi di migliorare la situazione in cui mi trovavo.

A inizio anno, stavo rifacendo colloqui per entrare in Google, una posizione a Dublino. È stato il mio “pallino” degli ultimi anni, ma niente da fare. Porta chiusa, con garbo.

Dopo un gennaio e un febbraio in cui il mio domicilio era ormai spostato in ufficio, è arrivato il colpo di scena, che ha costretto tutti a rifugiarsi tra quattro mura. Improvvisamente la frammentarietà del tempo a cui sono sempre stato abituato, con le mie “tante cose da fare”, ha cominciato a convergere in meno frammenti, più grandi.

Mi sono ritrovato a concentrarmi in meno attività e a fare i conti con il “non fare”. Una sera, cercavo idee per un progetto a cui stavo lavorando. Ho iniziato a sfogliare qualche libro che avevo in casa. Ad un certo punto mi è capitato tra le mani Whatever You Think, Think the Opposite, di Paul Arden. Un vecchio regalo di un mio prof (forse sorride se legge).

Sono finito involontariamente dallo sfogliarlo a rileggerlo tutto. Pochi giorni dopo ho dato le dimissioni. Ho capito che era arrivato il momento di chiudere una porta.

Da quel momento ne ho aperta un’altra: ho iniziato a lavorare come consulente indipendente. Non ti sto a raccontare in dettaglio la trafila di episodi che si sono susseguiti, ma ho vissuto delle vere e proprie montagne russe.

Ho iniziato a collaborare da subito con persone apparentemente oneste e professionali, con le quali mi sono trovato piantato in asso da un giorno all’altro, senza nemmeno un briciolo di spiegazione.

Con altre persone ho speso tempo ed energie per ascoltare problemi e mettere insieme soluzioni, che non hanno avuto nemmeno la dignità di ricevere un feedback. Manco un non-fa-per-me-grazie-ciao. Ora magari stai sorridendo e pensi: «Eheh, benvenuto nel club, così vanno le cose là fuori!»

Sì, probabilmente è così e ho già iniziato a farci l’abitudine, ma ciò non toglie che ‘ste cose, a me, fanno cascare le braccia.

Mentre alcune porte si chiudevano in malo modo, altre ancora si aprivano: persone gentili, che ringrazio, da cui sono nate idee di collaborazioni interessanti, anche se non sempre compatibili con ciò che avevo in mente.

Le persone

Il 2020 è stato anche l’anno delle videochiamate. Le persone si sono trasformate in un mucchio di pixel luminosi, con voci gracchianti, condite da interpretazioni labiali («Guarda che sei in muto, accendi il microfono!»)

Il che è stato un vero peccato, specie in alcune situazioni, perché si è persa un po’ di quella magia degli incontri in carne ed ossa. Per esempio con gli amici del corso di teatro, una delle esperienze che mi ha portato più positività nell’ultimo anno e mezzo.

Nonostante le limitazioni, in modo ibrido, un po’ digitale, un po’ analogico, sono comunque riuscito a condividere cose belle con belle persone.

L’estate al mare con gli amici di una vita, un progetto culinario con ragazzi in gamba (che ha visto un’inaspettata battuta d’arresto, sigh!), matrimoni di cari amici… E poi tutto il tempo recuperato in famiglia. Che te lo dico a fare.

La creatività

C’è stato però un momento di quest’anno, in cui ho vissuto letteralmente controtendenza. Una sorta di “isolamento a cielo aperto”, quando non c’erano restrizioni stringenti. A settembre mi sentivo piuttosto appesantito mentalmente per via dell’anno in generale. Non riuscivo a concentrarmi, ero poco lucido.

Ho deciso di fare qualcosa di mai sperimentato prima, una sorta di ritiro rigenerante. Ho passato qualche giorno col mare accanto, senza telefono, senza computer, senza tv. Nessuna persona che conoscevo. Solo natura, sport e introspezione. E un Casio da 15 euro al polso.

Forse ti sembrerà un esperimento drastico, e ammetto che un po’ lo è stato, ma ha anche prodotto degli effetti estremamente positivi. Ho letto tanto, camminato parecchio, e ho sciolto alcuni nodi che avevo in testa attraverso scrittura e meditazione.

Una frase che mi è rimasta impressa di Siddhartha, un libro che ho letto in quei giorni, neanche a farlo apposta: «È bene sperimentare personalmente tutto ciò che si ha bisogno di sapere.»

Sono tornato a casa senza accorgermi di chissà che cambiamenti nell’immediato, ma da lì in avanti la mia testa ha ripreso ad essere in fermento creativo. Da lì ha cominciato a germogliare l’idea del progetto a cui sto lavorando. Qualche indizio qua è là già si trova, ma te ne parlerò meglio presto.

La fortuna

È vero che quest’anno è stato anomalo, incasinato, imprevedibile. Ma se io guardo al mio 2020, la verità è che non mi posso lamentare. Di che mi lamento?

Sono stato chiuso in 40 metri quadrati da solo 3 mesi? Sì, però non ho avuto problemi di salute, lavoravo, mangiavo il mio cibo, dormivo tranquillo, guardavo i miei film…

Il coronavirus mi ha allontanato da tante persone? Sì, però sono comunque riuscito a trovare occasioni per vivere belle esperienze, restrizioni e distanze permettendo. E le persone a cui voglio bene stanno tutte bene.

Ho incontrato persone poco raccomandabili che mi hanno fatto penare? Sì, però non è poi così grave. E ‘sti cazzi… vorrà dire che non ci avrò più niente a che fare.

Potrei andare avanti…

Il mio punto di vista non vuole mancare di rispetto a nessuno. So bene cosa è successo quest’anno. So bene i guai economici che hanno toccato tante attività. E so bene che a molti sono venute a mancare persone care in modo a dir poco cinico.

Proprio per questo, lasciami dire che mi sento enormemente fortunato. Perché non ci sono sempre i meriti perché le cose vanno bene, o i demeriti perché le cose vanno male. Abbiamo meno controllo di quel che immaginiamo. Tante volte, di questo si tratta: fortuna. E il minimo che mi sento di fare è riconoscerlo e apprezzarlo.

Evito auguri e frasi motivazionali per il nuovo anno, che oggi a passare per gufo è n’attimo. Però una cosa è certa, il 2020 sta per entrare a tutti gli effetti nell’immenso archivio del tempo: il passato. E lì resta.

Un abbraccio.

Fede