Negli ultimi giorni, mi è capitato di riflettere su un concetto: il fallimento. Siamo abituati a pensare che fallire sia una delle peggiori cose che ci possano capitare. Fallire può voler dire dover chiudere un’azienda. Può voler dire vedersi allontanare da una persona cara. Oppure, più semplicemente, non laurearsi entro la data che ci si è prefissati (tiè).

Nessuna di queste circostanze è piacevole, vero. Ma credo sia altrettanto vero che il fallimento assuma forme diverse, a seconda delle situazioni e delle persone. Proprio per questo motivo, lo considero un concetto relativo. L’idea di «fallimento» non ha lo stesso significato per tutti: va interpretata.

La prospettiva cambia tutto

Per nostra natura, tendiamo a crearci aspettative. Lo facciamo di continuo, pensiamoci. All’università, al lavoro, nelle relazioni… Nel migliore dei casi, fissiamo degli obiettivi e poi passiamo all’azione. Tuttavia, nel momento in cui non si concretizzano le aspettative che avevamo, ecco che subentra il fallimento.

Il vocabolario Treccani lo definisce come «esito negativo, disastroso, grave insuccesso». Non stupisce, quindi, che le idee che spesso associamo nella nostra testa sono:tasselli-fallimento-01Questa è stata a lungo la mia catena di pensiero nelle cosiddette «situazioni negative». Quelle in cui le cose non andavano come mi aspettavo. Poi, ho scoperto che quella sopra è solo una delle possibili chiavi di lettura.

Nel 2016 ho vissuto diverse esperienze, soprattutto lavorative, che mi hanno portato a pensare più volte cose come: «Perché a me?!» – «Oh, non me ne va dritta una!». Mi sono reso conto, però, che vivevo ogni episodio con disappunto. Tutto diventava estremamente pesante, estremamente frustrante. Così, ho provato a cambiare un tassello nel mio modo di vedere:tasselli-fallimento-02Ecco che quel circolo vizioso che alimentava amarezza e rammarico si è trasformato in una sorta di processo costruttivo. Ciò non significa che i tasselli precedenti siano spariti. Trovo ancora importante darsi degli obiettivi e aspettarsi dei risultati dai propri sforzi. Allo stesso modo, metto in conto che non sempre le cose vadano “da copione”. E, sì, quei casi provocano dispiacere.

Per quello che ho potuto osservare, la differenza sta nella prospettiva dalla quale si vede il fallimento.

La prospettiva cambia tutto.

Sbagliando velocemente, s’impara velocemente

«Sbagliando, s’impara!». Non so tu, ma io ho perso il conto delle volte in cui me lo sono sentito dire, specialmente da bambino. A quanto pare, suor Lauretta all’asilo aveva ragione. Il concetto è sempre lo stesso: dagli errori si possono trarre degli insegnamenti. E fino a qui ci siamo.

Di recente, però, seguendo un corso su Lean Startup e Open Innovation, ho cominciato a pensare che mancasse un elemento a questo proverbio: il tempo.

Nell’ambiente startup, testare, fallire, testare, fallire, testare… è, apparentemente, il modo migliore per capire che strada percorrere. L’idea è che: «Più fallisco, più imparo, più probabilità ho di avere successo al prossimo tentativo». Il processo si itera in continuazione. Più rapidamente lo si compie, più informazioni si apprendono.

Questo signore sembrava saperne qualcosa:

thomas-edison

I have not failed. I’ve just found 10.000 ways that won’t work.
– Thomas A. Edison

E quindi?

Quindi fallire non è un dramma. La prospettiva modifica profondamente gli effetti del fallimento, che da «grave insuccesso» può diventare occasione di miglioramento e apprendimento.

Per come la penso, evitare di fallire equivale a evitare di imparare. Così come avviene in una startup, credo che il modo più efficace per crescere sia sperimentare, sbagliare e sperimentare ancora.

Perciò, niente paura. Male che vada, se lo si vuole, s’impara qualcosa.